1996

Au ralenti

L’invito è costante, ed è pari anche la provocazione: il tessuto che evidenzia la pittura di Berté ricorda certi suoni che pur senti nel loro permanere di invisibili. Un sottile giuoco, senza però che il compromesso possieda una sua pur minima parte: l’artista evade con costanza ad ogni autocelebrazione. E insieme ad ogni facile consenso. Scoprirlo richiede l’impegno dello spettatore: come ad uno spettacolo diretto da un qualche mago della scena: chissà perché mi ricorda Gordon Craig ed il suo incontro scontro con la divina Eleonora. Eppure una chiave d’accesso esiste ed è ritrovabile in certe note “confidenziali” che Berté lascia trasparire tra le molte sue pieghe, tra le sue architetture ideali; fra quelle sue figure enigmatiche; nei richiami sottili dei sensi dello spazio.

Gli occorre un osservatore voglioso d’essere stupendamente “ingannato” che per di più ami però questo fermarsi al limite, questo restar sospeso.

“Il tuffatore preso au ralenti / disegna un arabesco ragniforme / e in quella cifra forse si identifica / la sua vita”: il ricordo del Montale del “Diario del ’71 e ’72”, serve da testimonianza di queste forme e aspetti che le tele di Berté stanno offrendoci, quanto, sempre del Montale, e sempre nel suo

“Il tuffatore”, ecco anche l’epigrafe che vale: “…Ed è poi vivo / lo spazio di cui vive ogni movente?”. L’inquietudine costruisce ora sulle sue fondamenta incerte come un indistruggibile castello. Inattaccabile, solenne e insieme familiare; che invita e insieme respinge. Che pone domande, ed esige che la risposta sia ritrovata usando di portolani che richiedono opera di ricerca d’archivio. Poi la promessa di una navigazione che s’apre a vasti orizzonti: è questo il vanto maggiore, forse, di un’opera qual’è questa di Carlo Berté.

Marcello Vannucci

Carlo Berté è nato a Piacenza nel 1939 e, dopo aver frequentato l’Istituto d’arte Gazzola, si iscrive nel 1960 all’Accademia di Brera dove segue, fra gli altri, i corsi di pittura di Mauro Reggiani. A Piacenza intanto comincia a lavorare nello studio di Gustavo Foppiani, e insieme a lui, nel 1963, si reca a Roma dove entra in contatto con l’attività della galleria L’Obelisco, condotta con puntualissime strategie da Gaspero del Corso e Irene Brin. Stringe amicizia con Fabrizio Clerici, Gaetano Pompa e Riccardo Tommasi Ferroni.

Le sue prime personali di una certa importanza iniziano nel 1965, anno in cui realizza per Franco Colombani il volume “Pantagruele a Maleo”, e il suo lavoro trova riscontri importanti negli scritti di critici attenti quali Franco Solmi, Ferdinando Arisi e Mario Ramous.

Nel 1968 si apre la collaborazione con la Galleria Forni di Bologna, dove conosce Gianni Celati, Guido Neri, Carlo Gajani e Concetto Pozzati. Dopo aver trascorso un anno a Londra nel 1970 è tra i fondatori, a Piacenza, della stamperia d’arte “L’Elefante Rosso”: la sua passione per la preziosa tecnica di Senelfelder lo porta a realizzare fino a oggi, fra litografie e acqueforti, circa cinquanta tirature, sempre edite dalla stamperia piacentina. Espone nella galleria romana di Giorgio Vercillo e, nel 1973, in occasione di una sua personale alla Galleria La Rocchetta di Parma, Giuseppe Marchiori scrive un testo che è una attenta disamina della ratio pittorica di Bertè.

L’anno successivo soggiorna per alcuni mesi ad Amsterdam per spostarsi poi a Parigi dove rimarrà fino al 1980: qui collabora con la casa editrice “Les Editions de la Différence” e sue opere accompagnano i volumi di Oscar Panizza e Michel Waldberg.

Un saggio critico sulla sua pittura, a firma di Marcel Paquet, entra a far parte del volume “Saturne et Jupiter”. I compagni di viaggio parigini sono Patrick Waldberg, Roberto Garcia York, Gerardo Chavez, Italo Calvino e Andre Masson.

Alla fine del 1980 si trasferisce a Milano dove tuttora risiede. Collabora inizialmente con lo Studio Stefanoni e passa infine alla Galleria San Carlo di Giancarlo De Magistris. Con la stessa galleria partecipa alle mostre internazionali di Bologna (Arte Fiera), Milano (Internazionale d’Arte Contemporanea), Barcellona (BIAF), Gand (Linea

Art), Parigi (Grand Palais-SAGA). Alcuni suoi quadri vengono battuti alle aste di Finarte e Brerarte facendo registrare ottime quotazioni. Viene selezionato tra gli artisti italiani che espongono in Giappone, nel corso del 1987, per la mostra “Capolavori dell’Arte Italiana del ‘900”. Nei mesi estivi trascorre un periodo di lavoro a Otranto dove, messogli a disposizione dal Comune, dispone di uno studio nel Castello

Aragonese che sovrasta il porto.

Una monografia con le relative opere degli anni 1991/1993 sono state oggetto di una mostra itinerante che ha toccato nel corso del 1993 la Galleria Saint Jacques di Bruxelles, la Galleria La Hune Brenner di Parigi, la Galleria San Carlo di Milano e Rosso Tiziano Arte di Piacenza.

Di lui hanno scritto

Ferdinando Arisi, Franco Bompieri, Gianni Cavazzini, Gianni Celati, Ennio Concarotti, Mario De Micheli, Giuseppe Marchiori, Renzo Modesti, Giuliano Modesti, Marcel Paquet, Mario Ramous, Hans Redeker, Stephan Rey, Mauro Sargiani, Vanni Scheiwiller, Franco Solmi, Roberto Tassi, Patrick Waldberg, Mathilde Wisser.