Incontro con artisti piacentini
“Le finestre del cuore”
di Carlo Berté
Carlo Francou
Si comincia con una decisa stretta di mano ed un sorriso cordiale, ma la prima battuta è lapidaria:
“Detesto tutte le divise, anche quella del cosiddetto critico militante”.
Sembra quasi imbarazzato Carlo Berté mentre, seduto accanto ad un prezioso tavolo Luigi XVI, parla della sua esperienza artistica. In una completa monografia a lei dedicata, Patrick Waldberg , critico e storico dell’arte, ha scritto un saggio nel quale ricorda come, in un celebre film di Hitchcock La finestra sul cortile, il protagonista, immobilizzato, osservi da essa una serie di avvenimenti sconcertanti e misteriosi; così per Waldberg i suoi quadri sono come “finestre sul cuore”.
“Patrick è stato un grande personaggio e per me un buon amico. Una persona estremamente gradevole. Amava scherzare sul fatto che durante la guerra lui aveva fatto prigioniero Gustavo Foppiani. Una sera infatti salta fuori che Patrick e Gustavo si erano già incontrati, anche se non direttamente: lui ufficiale dell’armata americana e Gustavo, appena diciottenne, fatto prigioniero in Sicilia e trasferito prima ad Orano in Algeria e poi a Biserta in Tunisia. Ebbene, anche il nostro buon amico Waldberg si trovava nello stesso campo di lavoro, ma dall’altra parte del reticolato. Era un uomo di grande cultura; quello con l’arte fu per lui un approccio subito ai grandi livelli, ma anche qui per una causa ben strana! Il padre era il dentista di Picasso e Max Ernst e così…”
Lei dove lo conobbe?
“Lo incontrai una prima volta a Bologna, alla galleria Forni, dove esponevamo Foppiani, Armodio ed io in una rassegna che se non sbaglio si intitolava Il surrealismo ancora e sempre, anche se in realtà di surrealista in quel momento non c’era più nessuno, poi lo rividi in Francia nel ’75 in occasione di un’altra mostra alla quale partecipavo con le mie opere e, invece di fermarmi per il tempo della rassegna, rimasi in Francia ben cinque anni. A Parigi con Waldberg spesso andavamo a trovare André Masson che abitava vicino a casa sua. Waldberg ci andava ogni giorno e spesso anch’io lo accompagnavo. Masson sapeva tutto di Piacenza: la piazza, il duomo, i cavalli del Mochi, e poi c’era Calvino, ci siamo incontrati diverse volte, andavamo a vedere le mostre insieme; lì conobbi anche Max Ernst”.
Queste frequentazioni penso siano state molto importanti per la sua formazione culturale e artistica. Accade anche oggi?
“No, purtroppo no. Adesso i pittori non si incontrano più. Nei primi anni in cui vissi a Milano ci si ritrovava al Giamaica o al Caffè Milano, oggi, a parte qualche amicizia, si va a vedere qualche mostra insieme ma non ci si vede più, c’è come una sorta di ripiegamento su se stessi”.
Quali le cause?
“Le gallerie poco frequentate, i falsi movimenti montati apposta, il mercato dell’arte che si scioglie un po’. Sta di fatto che fino al periodo in cui frequentavo l’Accademia a Brera c’era una divisione netta tra figurativi, astratti ed informali; a seconda del gruppo al quale si apparteneva ci si incontrava in certi bar, in certe gallerie. Adesso questo non succede più”.
Ti guarda con occhi interrogativi quasi volesse vederti dentro e poi continua:
“Guardi che succede così praticamente in tutta Europa, non solo da noi. Anche perché con l’avvento delle cosiddette Fiere il ruolo diretto della galleria si è ridimensionato. È diventato un nuovo modo di presentare e di vedere l’arte; in più, proprio perché sono meno frequentate, le gallerie intimidiscono la gente, non tutti hanno il coraggio di aprire una porta a vetri ed entrare in un luogo dove non c’è nessuno, non le pare? Le faccio l’esempio di Milano: prima, nel cosiddetto quadrilatero centrale, c’erano trenta, quaranta gallerie, adesso saranno al massimo cinque o sei; le altre sono decentrate e così uno ci deve andare appositamente”.
E il rapporto tra pubblico e artista?
“Nelle grandi città manca, proprio per le condizioni che le ho indicato prima. In una città come Piacenza però questo non succede. Certo che con questo stato di cose si è persa un’altra grande possibilità: quella per gli studenti delle accademie di conoscere direttamente gli artisti. Quando frequentavo Brera andavamo nelle gallerie e lì c’erano i mostri sacri, era uno stimolo anche quello”.
Risente di questo stato di cose?
“Ma no! … però? Beh … se ne parlo, un po’ di nostalgia c’è. Però cosa vuole, sono talmente incancrenito nel mio studio… Se devo essere sincero, mentre mi infastidiscono interviste (speriamo non questa! n.d.r.), riprese televisive, inaugurazioni, il rapporto con il cliente mi fa piacere. Anche perché attraverso di esso scopri che la gente ti conosce e solitamente è piacevole parlare con queste persone. Il mio è un mestiere solitario, per cui ogni tanto c’è la necessità di avere contatti con gli altri, di confrontarsi”.
A Piacenza avevate uno studio in tre.
“Sì, dal ’63 fino praticamente al ’75 ho diviso la soffitta di casa Spaini in via Campagna con Foppiani ed Armodio. Era un luogo magico, frequentato da diversi amici; c’era Gianni Tagliaferri che aveva il suo laboratorio fotografico, Giordano Maioli col quale ho fatto delle memorabili partite a tennis…”.
Poi il sodalizio finì.
“Sì, scelte di vita dettate anche da motivi familiari mi portarono a Milano. Però ricordo quel periodo con tanta nostalgia. Siamo stati talmente uniti in quegli anni! Sembravamo il Trio Lescano. Io cercavo esperienze nuove, volevo girare il mondo. Gustavo invece non si muoveva, stava bene nella sua città, però veniva a trovarmi. In certe cose era quasi maniacale, non sopportava che gli prendessi qualcosa dal cassetto, così mi lasciava dei bigliettini: Mi hai usato le forbici… oppure Bertè, tuca mia! però aveva un gran cuore”.
E a Milano?
“La vita è molto meno piacevole. Piacenza è bella, civile, dolce. Milano invece è sporca, aggressiva, ma ha alcune opportunità uniche: ti può offrire mille occasioni, dalla lirica alla Scala al teatro, alle mostre importanti. Però in realtà là è tutto molto più caro in termini di tempo, di fatica. A Milano sei costretto a vivere in ambiti ristretti, la tua cerchia di conoscenti e basta. Lo stesso vale anche per una metropoli come Parigi. Sulla Senna lavoro per una galleria, La Hune Brenner, e lì, in occasione delle mostre, incontro gli amici. Lo stesso succede a Bruxelles, alla Galerie Saint Jacques. Ecco cosa mi manca di più di una città come Piacenza: la possibilità di viverla interamente, a contatto con chi ti circonda, una città in cui tutti si conoscono”.
In questi giorni a Milano, alla galleria San Carlo, si è conclusa una sua personale. Vuole fare un bilancio del suo lavoro di oggi?
“Credo che la mostra di via Manzoni chiuda un ciclo. Le Allegorie della giustizia, della prudenza, della temperanza, raffigurazioni che sono un omaggio e un addio al manierismo. In quelle opere la maniera è sfacciatamente presente; d’ora in poi vorrei rivolgermi verso altre cose, già adesso sto facendo cose meno definite, meno colori, meno dettagli. Vede, il mio problema non è mettere ma togliere, fare un’operazione di pulizia”. Si ferma un attimo per riflettere poi sbotta: “È tirar via che è difficile”.
Andare all’essenza delle cose. Forse un desiderio da sempre latente in Berté, che si può già cogliere nelle sue tavole dedicate alla notte di San Lorenzo, una sequenza di tre quadri. Il primo, dipinto a Otranto quindici anni fa: “misi su un acquerello, alcuni giorni dopo, le sensazioni e le immagini di una notte passata in terrazza a guardare le stelle cadenti”. Nel ’91 altre due versioni su tavola, sempre a Otranto, e poi l’ultima, la terza versione, dello scorso anno. Se nelle due tavole del ’91 la pioggia di stelle cadenti si svolgeva in ogni direzione su un paesaggio aspro ma sufficientemente definito nei suoi tratti principali, la notte del ’97 risulta più essenziale, meno dettagliata ma nello stesso tempo più completa, con un cielo appena abbozzato nei contorni ma carico al centro dell’opera dove convergono anche le tre scie luminose verso un orizzonte che sono tre orizzonti: cielo, mare e terra insieme.
L’astronomia ci spiega che in realtà le stelle cadenti sono piccole meteoriti vaganti nello spazio che durante l’attraversamento dell’atmosfera, per attrito con l’aria, si rendono incandescenti e quindi luminose. Esse ci trasmettono un grande messaggio universale: le meteoriti infatti costituiscono una delle prove dell’unitarietà dell’universo, dato che tutti gli elementi chimici presenti nella Terra si trovano anche in questi corpi celesti. Un tema quindi estremamente avvincente.
Avevamo ammirato la grande tavola di Berté sulla notte di San Lorenzo mentre era esposta in una rassegna dedicata al cielo ospitata in una vecchia chiesa, e in una antica chiesa ci troviamo anche oggi per questo breve incontro, chiesa sapientemente riutilizzata ora come galleria d’arte ma che ha mantenuto nel tempo, inalterato, un segno di sacralità che induce a parlare sottovoce.
Cos’è per lei il sacro?
L’artista resta un po’ sorpreso, poi sbuffa quasi a voler prender fiato, gli occhi si spalancano: “nella storia dell’arte ha uno spazio talmente enorme e misterioso… e poi il sacro è la qualità più alta dell’umano genere”.
Ma per lei sacro è un luogo, un vincolo, un’amicizia? Forse i suoi paesaggi? C’è una sacralità in quelle che chiama “le città invisibili”?
“Sono il racconto, il mistero, sono posti arcaici, in questo mi hanno sempre stimolato molto i soggiorni nel Salento, tutti gli anni. Ci si sente molto più proiettati in un altro mondo a Otranto che in un boulevard di Montparnasse, non le pare?”.
Piacentino o cosmopolita?
“Non so… Appartengo alle cose che amo di più, non ultima la cucina”, alla quale l’artista ha dedicato anche una tempera su tavola dal titolo Cuoco francese, ripresa nella rubrica delle “cose da non perdere” della prestigiosa rivista La Cucina Italiana.
Ma in realtà chi è Carlo Berté?
“Mi è capitato di pensare di essere un pittore che faceva quadri falsi di un altro pittore che non è mai esistito, diventava un gioco di specchi… me ne sono reso conto alcuni anni fa. Lavorando continuamente cerco di imparare, faccio passare l’inverno a Milano e lavoro, e ogni volta imparo qualcosa di nuovo”.
Il tempo inesorabile scorre, il nostro incontro si chiude con un’altra stretta di mano ed un arrivederci; intanto un amico gli si fa incontro per uno scambio di indirizzi. Berté fruga nel portafogli ma non trova i suoi biglietti da visita: “tieni questo, è di mio figlio Matteo, lo sai? fa il mosaicista”. Apparentemente distratto, Berté in realtà è ben attento al mondo che gli gira attorno e del quale riesce a cogliere sensazioni profonde.
Nella penna ci è rimasta un’ultima domanda: ottimista o pessimista nei suoi quadri, o forse sarebbe meglio dire racconti?
“Sicuramente ottimista, l’arte fa bene, soprattutto a chi sta male dentro; ho una grande fede nel quadro, che deve essere un oggetto bello, che mi piaccia, che faccia felice la gente mentre lo guarda”.
“San Lorenzo, io lo so perché tanto/di stelle per l’aria tranquilla/arde e cade, perché sì gran pianto/nel concavo cielo sfavilla…”
Ma i cieli di Berté, anche nelle notti in cui le stelle sembrano piangere, si offrono a chi li guarda in una serena armonia. Il suolo arido e profondamente intagliato dall’erosione degli orizzonti del Salento sembra prendere così nuova vita da quella pioggia di stelle: la vita dell’infinito.