1998
Esplorando i punti di riferimento d’una politica per il nuovo millennio, Italo Calvino aveva individuato, collocandola al primo posto del proprio elenco, la leggerezza. La “valigia” che l’artista del Novecento dovrebbe portare con sè nel ventunesimo secolo – una valigia di emigrante, o di profugo, legata con lo spago, piena senz’altro di cose preziose per l’individuo e la sua memoria, e pertanto difficilmente conservabili- deve essere a suo modo “leggera”. Attributo, questo della lievità, difficile da collocare: leggeri si, ma non nei contenuti, né nelle forme ontologicamente leggeri, dunque, prima di tutto.
Mi sembra che Carlo Berté, un artista per il quale il “Novecento” si identifica tanto con la Vienna di Gustav Klimt che con il film di Bernardo Bertolucci, abbia fatto tesoro (anche) di questo suggerimento di Calvino. Nella sua opera perseguita con soave testardaggine da diversi decenni, la “leggerezza” appare in molti modi, tutti rilevanti per noi.
Fra le varie possibilità di cogliere la dimensione artistica di Carlo, quella che io, più giovane di lui, oggi, alle soglie di una fin de siecle che si annuncia all’insegna dell’oblio collettivo della Storia- vorrei sottolineare- riguarda la sua particolare relazione con il tempo, e in particolare con il passato. Potrà sembrare strano voler individuare proprio in questo tema in un’opera che parla di figure, di colori, di città invisibili e di ritagli d’amore. Eppure così non è: i sentieri percorsi, interrotti, mutati da Berté hanno come cifra un rapporto alquanto particolare proprio con il passato- che è storia, memoria, passione, malinconia e
– speranza, tutte insieme. Questa singolare relazione temporale, che raramente è sottolineata nei discorsi sulla pittura- i quali solitamente privilegiano il “rapporto dell’artista con il proprio tempo” si esprime in questi quadri come linea colore e figura, ma anche e soprattutto come nomi volti e racconti.
Ora, il rapporto singolare che si viene a creare nelle opere di Berté riguarda in qualche modo la leggerezza e il passato. Termini solitamente inconciliabili: il passato è aulico, imprescindibile, e allora va preso come esempio; oppure pesante, ingombrante, e allora bisogna disfar-sene… L’arte contemporanea ha fatto del Nuovo come implicita (e a volte nemmeno troppo)
distruzione del “vecchio” il proprio cavallo di Troia nella guerra di conquista del nostro secolo. Improvvisamente, con le avanguardie, il passato è divenuto vetusto, ed è stato identificato con il nemico da abbattere. Automaticamente, ogni sguardo rivolto al passato è stato accusato di perseguire i fini del conservatorismo. Carlo Berté, mi sembra di capire non abbia mai avuto paura di confrontarsi con il tempo trascorso, scavalcando o scansando ogni possibile accusa di essere artista contro l’arte del proprio tempo.
Non si deve pensare a un pittore “figurativo” del ventesimo secolo come a un eroe coraggioso, che impavido sfida le tendenze dominanti a lui contemporanee. Questi si presenta piuttosto come un artigiano- un uomo che conosce il proprio mestiere nei più piccoli detta-gli, e che lo ama proprio a partire da essi. Il suo coraggio, il suo eroismo, si misurano nell’orientale pazienza posta nella cura d’ogni aspetto della propria opera, e in una progettualità mai formulata che si prolunga indefinitamente nel tempo. Vi è in lui qualche cosa di schivo, una dimensione privata del sentimento, un gusto per il silenzio. Anzi a voler essere più precisi, non si tratta esattamente di “amore”, né di “gusto” per i particolari. Un artista come Carlo Berté non “ama” semplicemente i frammenti che compongono le sue opere. Egli ne è il suo affettuoso custode, colui che mette in pratica il comandamento dei verbi inglese e francese, intraducibili in italiano, to cherish, cherir…
I frammenti del tempo appaiono teneramente custoditi nelle opere di Carlo Berté sotto vari aspetti. Due mi paiono i più rilevanti. Il primo va sotto l’ambiguo nome di “citazione”: brani di opere del passato che fanno la loro apparizione fuori dal tempo e dallo spazio, in un gioco infinito di rimandi ad “altro”. Le citazioni di Berté sono un gioco di trasformismo molto delicato. Sono citazioni di volti- magari solo la piega d’un naso- di occhi, capelli, mani, piedi, ma anche dell’ombra di un vaso, di un frutto, o di un fiore, o ancora più semplicemente di un fondo… che possono d’un balzo ricondurre nel Quattrocento, alle origini della pittura cosi come noi oggi la conosciamo, o in epoche cronologicamente più vicine, ma idealmente ed esteticamente magari molto più distanti. Ma sono anche citazioni, di nomi titoli, personaggi della letteratura, luoghi fantastici che creano in noi spettatori del gioco pittorico ulteriori rimandi, coinvolgendoci in un nuovo gioco che è sì intellettuale, ma che ci fa anche misteriosamente sentire un poco ” a casa”, una casa in cui la cultura alta è appoggiata sulla credenza, in cucina, accanto al vino, e fa parte della vita di tutti i giorni. Al tempo stesso, senza che quasi ci si renda conto, l'”altro” emerge potentemente grazie alle citazioni: il passato irrompe nel presente scardinandone gli usuali punti di riferimento, proiettandoci in un ordine temporale che si disperde in una molteplicità di direzioni.
Il secondo aspetto della temporalità nella pittura di Berté riguarda il suo particolare talento nel narrare storie. È un talento raro in un pittore. In una società in cui l’immagine ha rilevato il primato della parola sull’epica, è il movimento, in genere, a farla da padrone: dunque i grandi narratori dei nostri giorni si esprimono soprattutto al cinema, e forse in televisione.
Eppure i quadri di Berté raccontano una moltitudine di storie – o meglio, di frammenti di storie – senza per questo accennare necessariamente al movimento. Il grande potere evocativo della sua pittura deve molto a questa singolare capacità di narratore. È un narratore esperto, che lascia spazio all’immaginazione di chi è disposto a seguire i racconti: aeroplani di carta che volano senza che si sappia da dove sono partiti, donne che sembrano sirene, ma di cui non è mostrata la coda, palazzi che si trasformano in città che si trasformano in montagne che si trasformano in sfondi di altri infiniti racconti. Ancora una volta senza quasi accorger-sene, lo spettatore di questi quadri ne ascolta le storie, ne segue i dettagli, e attraverso di essi spalanca le porte della propria immaginazione. Il tempo diventa quello del racconto, che sospende l’usuale scansione dell’orologio in favore d’una temporalità libera e giocata contemporaneamente su una molteplicità di piani narrativi differenti.
La dimensione del tempo nei quadri di Carlo Berté non è a sua volta un dettaglio, perso nel mondo di immagini da lui create. Eppure, è importante nel chiarire la leggerezza che contraddistingue la sua opera: leggerezza da lui costantemente messa in pratica nell’operare una transizione dolce e sapiente tra tradizione e modernità – ma la tradizione non è forse, secondo una certa ottica anch’essa sempre moderna?… e nel destabilizzare il nostro comune modo di vedere.
Milano ’98