1971
Gli sviluppi ultimi del lavoro di Carlo Berté segnano una fase, direi decisiva, del progressivo distacco del giovane artista dai modi maturati nel clima della sua Piacenza, ambiente di nobile e vivace provincia in cui operano pittori che non si direbbero toccati dalle problematiche di linguaggio attraverso le quali si misura, oggi, l’incidenza delle proposte d’immagine nel contesto della ricerca artistica italiana. Non poteva, del resto, essere altrimenti, per un pittore i cui interessi culturali gravitano verso l’ambiente bolognese sempre più investito da quel discorso sull’immagine che, se fu di pochi all’inizio, ora coinvolge moltissimi delle nuove generazioni. La frequentazione dell’opera di Dino Boschi, ad esempio, o dello scultore Rimondi – fra i primi a dar base pittorica e plastica al discorso critico sviluppatosi negli ultimi anni nel capoluogo d’Emilia e culminato nella recente mostra L’Arte dell’immagine che ha aperto alla fiorentina Galleria Michaud la stagione artistica – questa frequentazione, dicevo, deve avere avuto il suo peso su Berté se sulle basi un po’ esoteriche e sulle tessiture pazienti e sognate del lavoro d’un tempo, egli è venuto inserendo sempre più una “simbologia del presente” rappresentata, nel caso specifico, dai segnali divulgatissimi dell’imagerie di massa. Non che, e va subito detto, il giovane piacentino possa dirsi di linea ortodossa rispetto alla poetica dell’immagine: egli non può passare, se non per via di concreta ricerca, dalla dimensione onirica a quella di allucinata metafisica propria degli artisti dell’immagine. Ma ciò che mi interessa nel suo lavoro è la linea di tendenza che, a mio avviso, non lascia dubbi sulla volontà di Berté di non accettare una posizione di confine nel quadro di una situazione interessante, ormai, artisti d’ogni parte d’Italia il cui lavoro ha definitivamente fatto giustizia della famigerata neo-figurazione. Già al ritorno da un periodo di lavoro in Inghilterra Berté aveva inquinato il suo sogno di lontanante poesia con inquiete, ma larvate presenze dell’oggi. In questa mostra si potrà rilevare che tali intromissioni si sono fatte meno discrete, al limite contradditorie, e giocano all’interno dell’ opera ove la magia dell’arabesco permane quasi incontaminata. L’incontro, inatteso, d’una simbologia d’antico rito orientale con i segnali più fastidiosi della comunicazione di massa – Batman, per esempio, e il suo mito efficientistico – provoca effetti traumatici che, per ora, son ricomposti per via di pittura, ma che non potranno non riproporsi ogniqualvolta la tensione all’immagine di Berté si manifesti venendo a gravare all’interno del dipinto come un elemento “disordinante”. Si veda, ad esempio, come la pace degli antichi graffiti sia già oggi turbata da elementi formali, una linea, uno stacco improvviso di colore, che si sovrappongono all’ordine decorativo, quasi che l’artista voglia non tanto aderire quanto prendere le distanze da quello che è stato, fino ad oggi, la struttura portante del suo discorso pittorico. La memoria che prima era sufficiente a giustificazione a se stessa, ora non s’appaga del paziente geroglifico, ma riaffiora a toccare una realtà in cui la serenante pace dei cartigli viene ad essere turbata, se non infranta. Può darsi che Berté, per il maturare di nuovi interessi e per l’avvertita urgenza di problemi che toccano le sfere della pittura quanto quelle della ideologia, compia ben presto una scelta definitiva fra la figurazione e l’immagine. È quanto, personalmente, io ritengo auspicabile, anche se mi rendo conto che l’artista deve mettersi in discussione soprattutto all’interno dell’opera per giungere a quel processo di negazione di sé dal quale, soltanto, può emergere l’indicazione di un rapporto inedito con una realtà “altra” da quella della frequentata figurazione. È un impegno, e un compito, che riguarda la scelta personale del pittore, e non v’è da dubitare che questo giovane continuerà ad affrontarlo, come ha fatto fino ad oggi, con seria determinazione. Egli stesso ha costruito l’alternativa in cui vive la sua pittura: gli esiti dipendono soltanto da lui.
Franco Solmi
Gli sviluppi ultimi del lavoro di Carlo Berté segnano una fase, direi decisiva, del progressivo distacco del giovane artista dai modi maturati nel clima della sua Piacenza, ambiente di nobile e vivace provincia in cui operano pittori che non si direbbero toccati dalle problematiche di linguaggio attraverso le quali si misura, oggi, l’ incidenza delle proposte d’immagine nel contesto della ricerca artistica italiana. Non poteva, del resto, essere altrimenti, per un pittore i cui interessi culturali gravitano verso l’ambiente bolognese sempre più investito da quel discorso sulla immagine, che se fu di pochi all’inizio, ora coinvolge moltissimi delle nuove generazioni. La frequentazione dell’opera di Dino Boschi, ad esempio, o dello scultore Rimondi — fra 1 primi a dar base pittorica e plastica al discorso critico sviluppatosi negli ultimi anni del capoluogo d’ Emilia e culminato nella recente mostra L’ Arte dell’ immagine che ha aperto alla fiorentina Galleria Michaud la stagione artistica — questa frequentazione, dicevo, deve avere avuto il suo peso su Berté se sulle basi un po’ esoteriche e sulle tessiture pazienti e sognate del lavoro d’ un tempo, egli è venuto inserendo sempre più una «simbologia del presente» rappresentata, nel caso specifico, dai segnali divulgatissimi dell’ imagerie di massa. Non che, e va subito detto, il giovane piacentino possa dirsi di linea ortodossa rispetto alla poetica dell’ immagine: egli non può passare se non per via di concreta ricerca, dalla dimensione onirica a quella di allucinata metafisica propria degli artisti dell’ immagine. Ma ciò che mi interessa nel suo lavoro è la linea di tendenza che, a mio avviso, non lascia dubbi sulla volontà di Berté di non accettare una posizione di confine nel quadro di una situazione interessante, ormai, artisti d’ogni parte d’Italia il cui lavoro ha definitivamente fatto giustizia della famigerata neo-figurazione.
Già al ritorno da un periodo di lavoro in Inghilterra Berté aveva inquinato il suo sogno di lontanante poesia con inquiete, ma larvate presenze dell’ oggi. In questa mostra si potrà rilevare che tali intromissioni si sono fatte meno discrete, al limite contradditorie, e giocano all’ interno dell’opera ove la magia dell’ arabesco permane quasi incontaminata.
L’incontro inatteso, d’ una simbologia d’antico rito orientale con i segnali più fastidiosi della comunicazione di massa — Batman, per esempio, e il suo mito efficientistico — provoca effetti traumatici che, per ora,
son ricomposti per via di pittura, ma che non potranno non riproporsi ogniqualvolta la tensione all’immagine di Berté si manifesti venendo a gravare all’ interno del dipinto come un elemento «disordinante». Si veda, ad esempio, come la pace degli antichi graffiti sia già oggi turbata da elementi formali, una linea, uno stacco improvviso di colore, che si sovrappongono all’ordine decorativo, quasi che l’artista voglia non tanto aderire quanto prendere le distanze da quello che è stato, fino ad oggi, la struttura portante del suo discorso pittorico. La memoria che prima era sufficiente a giustificazione a se stessa, ‘ora non s’appaga del paziente geroglifico, ma riaffiora a toccare una realtà in cui la serenante pace dei cartigli viene ad essere turbata, se non infranta. Può darsi che Berté, per il maturare di nuovi interessi e per la avvertita urgenza di problemi che toccano le sfere della pittura quanto quelle della ideologia, compia ben presto una scelta definitiva fra la figurazione e l’immagine. E’ quanto, personalmente, io ritengo auspicabile, anche se mi rendo conto che l’artista deve mettersi in discussione soprattutto all’ interno dell’ opera per giungere a quel processo di negazione di sè dal quale, soltanto, può emergere l’indicazione di un rapporto inedito con una realtà «altra» da quella della frequentata figurazione.
E’ un impegno, e un compito, che riguarda la scelta personale del pittore, e non v’è da dubitare che questo giovane continuerà ad affrontarlo, come ha fatto fino ad oggi, con seria determinazione. Egli stesso ha costruito l’alternativa in cui vive la sua pittura: gli esiti dipendono soltanto da lui.
FRANCO SOLMI
I TEMI DI BERTÉ
I temi del nostro artista sono quelli che egli aveva cominciato ad affrontare nel periodo precedente a Londra: il turbamento, il malessere dell’uomo di fronte alla società ed alla storia, il rifiuto dei miti e delle convenzioni, la satira contro certi aspetti del costume «borghese»: il tutto rappresentato nei termini di un’ironia maliziosa di valore demistificatorio e di un sarcasmo intriso di provocazioni attraversati a volte da vene di malinconia, di sogno, nel crepitare dei ricordi. Ma oggi c’è uno scatto forte. La convocazione immaginativa dei motivi e l’articolarsi degli strumenti espressivi rivelano un respiro più ampio. Un grumo si è sciolto mettendo in evidenza un artista aggiornato, capace di svolgere il suo tema non a livello d’istinto bensì d’intelligenza, un artista desideroso da una parte di cimentarsi su quei temi della contestazione concettuale che egli sente vivi in sè e che sono insiti in una larga zona della pittura contemporanea, e preoccupato dall’altra parte di salvare le ragioni della pittura, il principio di scrivere la sua pagina in termini di suggestione, di rigore stilistici E poiché sono i risultati pittorici quelli che hanno peso nella valutazione e nel giudizio attorno ad un artista, vien da notare come il procedere stilistico di Berté si sia arricchito di umori e di strumenti oggi più idonei che nel passato a conferire all’immagine il suo senso più pregnante, più interno.
Proprio certi lavori (vedi i quadri con il tema degli indiani o il quadro che rappresenta l’interno borghese della signora Smith in un frugare inquieto dello occhio e della mente da un fuori-finestra simbolico e reale) sanno comunicare subito una inquietudine ed i loro turbati riferimenti psicologici. Così il momento della fruizione ci porta ad essere coinvolti veramente nel tessuto immaginativo del pittore e «quei giochi fiabeschi d’azzurro, quei rossi appena provocanti» di cui ha scritto Solmi, tutto quello che una volta poteva apparire un gioco di preziosismi estenuati, di raffinatezze calligrafiche, di piacevolezze coloristiche (quasi il gusto di comporre la pagina per il puro piacere dell’arte) rivelano invece, come nelle intenzioni del pittore, un mondo di inquietudini, di reazioni psicologiche, di coscienti riflessioni sul filo di un’ironia più tesa e più sorvegliata.
Poi Berté ha calibrato meglio il suo mondo. Il suo modo di trasferire le immagini, che già in passato si poteva accostare alla designazione emblematico-simbolica di un gusto neo-liberty (quel gusto che si era formato nell’arte europea dopo lo studio delle correnti più intense del liberty, l’Art Nouveau e lo Jungenstil, e dalla riscoperta di Klimt) si manifesta oggi a intenso livello critico. Su questa strada le inquietanti rilevazioni psicologiche che Berté propone attorno al tema del malessere e del disagio dell’uomo contemporaneo di fronte alla società ed alla storia, acquistano, in virtù del contrasto con uno stile seducente che si avvale di una linea espressiva decorativa dall’ andamento sinuoso e di un esaltato intreccio coloristico, un forte potere di emozione e di resa evocativa.