Difficile, di questi tempi, il gioco sereno della memoria: difficile, se non impossibile, evocare fantasmi credibili, incapace com’è il ricordo di giustificarsi nelle iridescenze struggenti del passato « individuale» al quale un tempo si concedeva almeno il privilegio della malinconia poetica delle « cose perdute »

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di una rispettata soggettività. Oggi esistono soltanto le « cose trovate» o, meglio gli oggetti fabbricati ad uso comune, per la universalità dei parlanti il linguaggio societario, cosicchè ogni immagine, e specialmente quella artistica che suscita giustificatissime diffidenze negli uomini d’ordine, si vede assegnare un valore spietatamente « presente» dopo essere stata posta sulla cartina di tornasole della sacrale oggettività quotidiana. Quanto disarmati potevan sembrare i « cavalli omerici o carolingi», i « guerrieri protetti da scudi ricamati da mano gentile», o, addirittura, i ricordi di « decorazioni murali cretesi dialoganti nel-

l’aria» che tanto han colorito la parola dolce di Ferdinando Arisi, innamorato, credo a prima vista, dei dipinti più sognanti di Carlo Bertè! Eppure questo giovane artista sembra proprio essersi costruito in quella dimensione ingenua del ricordo, in un’aria che « è profumo: di mare, di pulizia morale ».

Le sue immagini, fino a pochissimo tempo fa, si racchiudevano in se stesse, nella loro ostinazione poetica di « parole» fuori del mondo. Persino la materia cercava il sapore d’antichi grafiti e le luci di vetro delle cattedrali cariche di storia. La irrealta veniva accentuata dai toni colorati, come di prezioso intonaco scrostato, in cui il cavallo, la donna, la farfalla, e anche l’atmosfera, si irrigidivano nel «bello» delle cose morte per sempre. Quella di Bertè poteva essere una illusione viva in se stessa, e aveva certo un senso in rapporto ad una situazione isolata che l’artista « doveva» scontare nella sua non brillantissima Piacenza.

Era fatale che il contatto con ambienti meno tranquilli di cultura, l’incontro con artisti forse meno indotti alla contemplazione finisse per contaminare le acque fiorite della sua pittura. La permanenza a Londra, città di suggestivo chiasso culturale, ha decisamente messo in crisi gli antichi equilibri ed oggi ci troviamo di fronte ad un artista che se resta disperatamente attaccato al suo modo di «immaginare» e immaginarsi come produttore di incanti della memoria denuncia l’urto della realtà più ossessionante.

Ne consegue che a far compagnia alle sue figure di donna, appena tinte sullo sfondo di azzurri spesso incupiti, non c’è più, o non c’è soltanto « il cavaliere di Reims», ma stanno le bottiglie impalate della Coca-cola e le antiche luci di cattedrale gotica prendono il tono rutilante dei giochi al neon di Piccadilly Circus. Tuttavia non direi che si tratta di una rivoluzione della pittura di Bertè: il suo estenuato mondo dei ricordi appanna anche l’oggetto più ruvido, e la consistenza dei suoi ready made non supera di molto quella di una foglia vagante (osservata da « una finestra sul parco». Direi anzi che quanto più la primitiva immagine di favola viene a contatto con il gioco del reale quotidiano, tanto più perde peso, si sfalda, si fa lenta e leggera e, quindi, ancor più fantasma.

Ma questa volta si tratta di un fantasma dell’oggi: le ali impossibili di una farfalla per esempio o, l’impronta lenta e improbabile delle foglie morte non appaiono più calcine del passato, anzi alludono a racconti e a vicende vissute fino al tremore. La pittura di Berté è ancora preziosa, e credo che questa sia la sua dimensione più naturale, ma sotto quei giochi fiabeschi d’azzurro, quei rossi appena provocanti, in quelle atmosfere in cui si fondono le storie di uno sguardo, si sia venuta insinuando una strana inquietudine che rompe i confini troppo netti fra oggetto ed oggetto, fra cosa e cosa all’interno del dipinto.

Come se l’aggressione di una farfalla fosse bastata a mettere in crisi un mondo di poesia scopertosi all’improvviso troppo fragile, e ad aprire una strada irta di incertezze e di dubbi: gli stessi che premono sull’uomo senza memoria dei nostri giorni.

Franco Solmi