1969
Con i tempi che corrono anche la memoria s’è dovuta organizzare; ha i suoi archivi, scaffali, cartelle contrassegnate da indicazioni riepilogative.
Carlo Bertè ha la sua, con questa etichetta, concentrata da un magazziniere forse un po’ pazzo: « Pittura di evasione; tela di ragno nel Tesoro di Atreo; parente di Monsù Desiderio ».
C’è del vero, anche se negli ultimi due anni la sua pittura ha avuto sviluppi ben avvertibili.
Gli esseri magici della metapsichica, gli ectoplasmi che vagano nei suoi cieli brevi, scheletri di uomini senza voce, vestiti di ricordi diafani e di desideri indefiniti, cavalli omerici o carolingi catafratti di maglie scucite o slabbrate, si sono rimpolpati di carne soda e, con la carne, forse anche di passioni.
I ricordi (è una pittura che trova ancora il suo alimento nella loro poesia) non sono più vaghi come nel sogno, ma avanzano, con qualche tenue riferimento a un luogo reale, un’ipotesi per una quarta e una quinta dimensione: spazio e tempo.
La stesura del colore, prima prevalentemente grafica, realizzata con un segno colante che poteva sembrare non umano per la rinuncia agli strumenti che da tempo immemorabile guidano nella retta o nel cerchio la mano dell’uomo, la stesura del colore s’è fatta turgida, ha trovato contorni o volumi ben definiti, dopo un fluttuare morbido che aveva tolto sostanza e peso alle cose.
E’ rimasta, sotto, la trama filante, a spessore, che impreziosisce di merlettature (ispirate a volte anche da antichi tessuti) un cromatismo delicato o intenso che vibra per improvvisi brevi danzanti bagliori.
Compaiono nel vuoto, ad aumentare l’alone di mistero che fascia le immagini, parole chiuse nei loro segni indecifrati, allusioni a mondi lontani che potrebbero a un tratto essere i nostri.
Ricordi di decorazioni murali cretesi dialogano nell’aria, che si fa respirabile, con squarci di luce riflessi da una vetrata gotica; una farfalla si posa sul primo fiore del mondo rinato.
L’aria è profumo: di mare, di pulizia morale.
Vi si muoveranno d’ora in poi, guerrieri protetti da scudi ricamati da mano gentile; scudi per gioco, schermi d’amore.
Alla consistenza plastica di un braccio (il mito di Dafne viso alla rovescia, nel tempo) corrisponde il turgore tiepido di un fiore che s’invera sfuggendo alla stilizzazione che da millenni lo mortificava.
Tutto scorre: si muore, si rinasce, ci si rinnova, uomini e cose; perennità, anime e corpo, spirito e carne.
Aspirazioni mistiche, ricordi di un esilarante piacere fisico.
Riscatto delle buone intenzioni: persino la decorazione banale stesa sul muro con lo stampo da un imbianchino analfabeta può trovare la sua giustificazione accanto alla ragnatela misteriosa di gelo tessuta dall’inverno, ricamo per anime senza meriti, arlecchini di uno strano aldilà.
Il profilo di un volto di donna, di una donna cara, viva ora (ma da sempre), si stacca pulito sul cielo notturno, inserito nel segno della sua costellazione.
Il ricordo di un luogo (il ponte della Torre di Londra) è una tappa nello spazio e nel tempo, un richiamo dolce alla realtà del presente.