1993

A entrare nella pittura di Carlo Berté, anzi a guardarla, a contemplarla silenziosamente, poiché entrarvi ed esserne coinvolti è impossibile, non riusciamo mai a capire se in essa è instaurato il regno della realtà o il regno della fantasia; non ci sembra di abitare né l’uno né l’altro, sebbene vi vediamo segni, presenze e spiriti di entrambi. Forse è un terzo regno che Berté inventa e di cui ci svolge la mappa davanti agli occhi, un regno intermedio, dove poco senso hanno i concetti di realtà e di fantasia; e da cui il tempo sembra assente, mentre è solo sospeso in una sua dimensione incommensurabile e incomprensibile, poiché è quasi impossibile dire se queste immagini sono i relitti di un tempo antichissimo o i preludi di un tempo a venire. Senza luogo, senza tempo, senza verità, la pittura di Berté è indefinibile, e incollocabile; sembra sorgere da oscuri meandri e toccare in noi inattese sensibilità e insondabili spazi.

Per quella parte della sua pittura, o quel genere, che comprende fiori, oggetti, nature morte insomma, e anche paesaggi, Berté ha indicato un titolo: Vita immobile; anzi questo è proprio il titolo di un paesaggio dipinto nel 1984. Ma si tratta di un ossimoro; quale mai vita può essere detta immobile? Potrà avere una mobilità lenta e prolungata oltre le nostre immediate misurazioni temporali da apparire tale, ma non esserla.

Eppure l’immobilità è stigma assoluta dei “paesaggi”, che sono quelli sui quali si stringe il nostro discorso; ma l’immobilità vi è anche contraddetta da arbusti che spuntano e fioriscono, da ciottoli sparsi, da prati verdissimi, da costellazioni che ruotano. Fossilizzazione e proliferazione si congiungono e si contraddicono, o si eliminano a vicenda; miraggi di città si concretano in pietra; profili di case su un colle si riflettono entro una distesa di acqua solida che sta ai suoi piedi; incastri di mura e di ombre chiudono spazi labirintici. Per tutto questo la situazione di chi guarda è simile a quella di chi entra in Le città invisibili, un libro di Italo Calvino indefinibile e insondabile, che, per dichiarazione stessa di Berté, sta, come un fondale o come un orizzonte, lontano, dietro questi paesaggi. Tra le altre cose, questo libro è una specie di nuovo Milione. “Solo nei racconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”. C’è in queste immagini di Berté “la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso” della ricerca, dell’indagine, e, diciamolo, della critica.

Stanno veramente immobili in una loro apparizione molto poetica, e molto varia dall’uno all’altro: pianure solcate da strade filiformi e rettilinee, deserti dove si accumulano pietre e conchiglie, agglomerati di case e rovine; accalcamenti ad onde come case, contro cieli immemoriali, accesi di rosso, profondi di turchini notturni, punteggiati di stelle come disegni infantili, distesi in celeste o in grigio, mossi per l’onda tiepida dei vapori di nuvole. In fantasmagoria vediamo tutta una mobilità non di realtà o di fantasia, piuttosto di una loro sorta “immobile” di presenza, la loro un po’ paurosa premonizione.

Ci basta ormai forse sentire in esse la poesia del tempo catturato, e quasi incarcerato entro quelle torri, sotto quelle distese, come un atomo attivo che continua ad emettere le sue invisibili radiazioni.

1993 Roberto Tassi