1993
Berté è mio amico. Mi chiede (bontà sua), di scrivere su di Lui come pittore.
Sono amico di molti altri pittori e quasi a tutti voglio bene.
Non ho mai scritto su nessuno di loro non essendo un critico, tanto meno uno storico di arti figurative.
Guardo volentieri i quadri, cerco di capirli, ne compero alcuni quando i peli delle mie gambe si raddrizzano di colpo.
Sia chiaro questo mi capita anche con Cézanne, con Monet. con Picasso, con Balla, con Fontana e potrei andare avanti così all’infinito ma…
Ho conosciuto Carlo una decina di anni fa, mi è stato presentato da un altro mio amico pittore, astratto, dicendomi: ti presento l’unico pittore figurativo al quale rivolgo volentieri la parola. Scherzava naturalmente (non molto).
Nacque un’amicizia sincera che dura tutt’ora e penso durerà sempre se avremo la fortuna di campare.
Mi invitò nel suo studio e mi parlò del suo lavoro con una sincerità rara. Era pieno di dubbi; come ritengo giusto sia una persona intelligente. La sua modestia toccante proprio perchè mi sembrava di capire che se ne sarebbe liberato volentieri.
Non so se abbia ancora dei dubbi (spero di si), anche se vado accorgendomi. guardando i suoi quadri, che il segno, la forma, il racconto, sono sicuri.
L’ho visto lavorare spesso ed è un piacere vedere come la sua mano, e il suo pennello, siano una cosa sola. Stende il colore con un movimento morbido, leggero, come sfiorasse la tela, sembra che le parli sottovoce, in un atto d’amore.
In questo gesto, molte volte mi è parso di vedergli dentro tutti i suoi dubbi e le sue esitazioni, col tempo ho capito che questo è il suo modo di amare un lavoro che fa bene con infinita passione.
È stato scritto che l’arte è una divinità esclusiva, alla quale tutto deve essere sacrificato. Ho sempre pensato che si può essere artisti anche se non si sacrifica tutto per l’arte.
Molte volte Berté mi sorprende e vuole convincermi che l’arte è al di sopra di tutto. Il pensiero, il gesto, l’amore, il sesso, mi dice, è tutto ciò che di arte c’è nel nostro cervello.
L’arte è espressione universale, se il nostro intimo ne viene colpito non ha possibilità di liberarsene.
Non vi può essere indipendenza tra arte e vita, la scelta è l’unica condizione per far nascere un genio libero essenziale.
Nello studio di Via Nino Bixio, dove lavora, c’è un sapore antico, la bicicletta sotto la scala, il cavalletto vicino alla finestra che dà sul cortile.
Guardo i suoi quadri. Donne velate dal volto misterioso, coppie abbracciate in uno spazio senza tempo, fiori, farfalle, paesaggi padani o meridionali, dove si posano leggeri aeroplanini di carta.
Tutto semplice come la verità. E proprio qui sta il mistero del racconto che Berté ci fa sulle sue tele. E i peli delle mie gambe si raddrizzano di colpo.
1993
FRANCO BOMPIERI
(……….)
Ora nella pittura di Berté gli orizzonti sono diventati una meta dello sguardo dove la seduzione si interrompe e nessuna visione ci raccoglie per assicurarci un’esistenza, così rimaniamo fermi e un poco sorpresi, senza sapere se potremo orientarci: il cielo si è spostato in alto verso la fine del quadro, sembra quasi voler togliere luce alle apparenze che continuano a cadere davanti a noi. Qui nessuno può alzare la voce e far finta di essere padrone di qualcosa che ha visto, la pittura indica una condizione di veglia dove l’attenzione si è sostituita alla facile volontà di essere sedotti, così gli occhi devono attendere, fino a che le cose non rimarranno ferme per qualche attimo: in questa attesa il silenzio trova una sua uguaglianza con la luce e ci permette di riposare nel nostro sguardo.
Guardo una folla sparsa di piccoli sassi, mollette di legno lasciate vicino a erbe pettinate che muovono l’intorno come fossero onde lente, e queste cose vedo ai margini del quadro in basso, come fossero cose da cui allontanarsi subito; esiste una cognizione dell’abbandono in queste terre che incontriamo per prime nei paesaggi di Berté, la fuga incontra differenti soglie prima di raggiungere l’orizzonte, e ogni soglia indica un’apparenza che dovremo abbandonare: piramidi trasparenti e fili tesi, riflessi del cielo che disegnano il profilo di arbusti immaginari, specchi colorati in cui potremmo cadere. E questo percorso fra le apparenze, fatto di soglie da oltrepassare, che dà la misura del silenzio e della luce che ci attendono quando avremo attraversato l’immagine.
Tutte queste considerazioni rimandano alla comune intenzione che corre fra l’attività di “descrivere’ e quella di ‘confondere”, fra la pittura che deriva da un’osservazione e una osservazione di sè che permette una trasparenza dell’anima di fronte al mondo esterno, é questa trasparenza dà un luogo a noi stessi e al nostro fare come fossimo soprattutto paesaggio.
La pittura di Berté, la sua famigliarità col silenzio della veglia e dell’attesa, trova respiro in quella possibilità, così il tempo dello sguardo è l’unico a dare testimonianza di ciò che potrebbe accadere anche se non accade: dopo le tracce illusorie le cose del mondo trovano una luce e un nome.