….. la ricerca artistica di Berté si colloca fra l’esigenza di mantenersi fedele e coerente ad un ordine mentale a lui preesistente (la geometria, ma anche le forme evidenti della natura) ed il bisogno di forzare questo ordine stesso quel tanto che basta alla sua scomposizione, per adombrare, accanto alle certezze, la possibilità che esse non siano tali o comunque non sufficienti a rappresentare la cognizione del mondo. Di qui la valenza barocca che, per certi aspetti, è dato cogliere nella sua arte (si pensi al ghirigoro, allo svolazzo, ma ancor più all’insistenza fantastica e alla tendenza a forzare, anche spettacolarmente, i limiti del reale nell’illusione), ed una certa qualità ermetica del linguaggio che, nel loro insieme, consentono rinvii sia alla natura morta del Seicento per il carattere emblematico che essa può assumere (e si pensi al Cesto di Caravaggio, ma anche ad altri aspetti della pittura più giovanile del Merisi), che a certa pittura quattrocentesca di rarefatta atmosfera e più fredda cromia. Il riferimento va soprattutto al Pisanello, alla pittura ferrarese, ma anche al Bramantino, a Botticelli (si veda al proposito la Venere ritrovata) a Piero della Francesca, ecc. Talora si tratta di citazioni colte, ma in generale è più giusto parlare di una pittura che si nutre di un’ampia cultura visiva che liberamente scorre dal piano di un’arte amata a quello di luoghi altrettanto amati. Le opere di Pisanello o di Botticelli, la pittura di Pompei o altro ancora sono trattenute per amore nella memoria, così come lo sono i paesaggi di Otranto o quelli di Haarlem. Ritrovarli sulla superficie del dipinto è naturale, come naturale è pensarli o sognarli, con quel distacco che è proprio di chi cerca i valori intrinsechi delle cose amate, e perciò le considera nella loro oggettiva valenza.
Nel dipinto Sulla porta si rinnova il tema della figura femminile di ascendenza quattrocentesca, concepito, però, in modo aprospettico e secondo i consueti valori di superficie. Il ripetersi della sagoma non serve infatti ad individuare una profondità o a scandire il ritmo di una narrazione.
Senza spazio e senza tempo l’immagine si delinea piuttosto come una sorta di insistenza mentale, senza carattere ossessivo, ma come un’operazione di focalizzazione della memoria. E il disinteresse per l’avvicendamento temporale è determinato anche dalla percezione di un tempo unico, quello generico di un’antichità assunta come categoria coincidente con la memoria.
La stessa superficie del dipinto pare appartenere a questa non logica stagione, nella finzione di una sua consunzione. Tracce. Nulla più che tracce, come ombre improvvisamente e stranamente calate per disperdere l’orientamento.
Così ci si trova talora spaesati, dinanzi a queste opere di Berté che non conoscono cadute, momenti di stanchezza o semplicemente brani di minore tensione. Tutto è egualmente sostenuto, perchè tutto è egualmente importante: il fondo del dipinto come la figura centrale, l’ombra come la luce, il sassolino levigato come vero o la distesa dei campi.
Lo spaesamento suscita in noi attimi di sospensione, di attesa. Ed in ciò si invera forse il valore più alto della pittura di Carlo Berté: determinare uno stato diverso per l’uomo.
Uno stato in cui l’ordine ed il disordine regnino in sublime memoria, come se fosse possibile che la stanza nello specchio fosse tutt’uno con quella al di fuori. Uno stato in cui i tempi diventano un tempo solo e lo spazio, che pure conosce le distanze, risucchiasse tutto nella superficie in una sola dimensione …..
1991
PAOLO BISCOTTINI