1989

La pittura è il rapporto visibile tra il visibile e il sensibile: essa offre alla vista il visibile, che non è un semplice segno che rinvii ad una realtà esterna, bensì il visibile che comprende in sé l’invisibile e l’extravisibile, non lo spirituale o l’ideale, ma il sensibile in quanto tale, in quanto potenzialità che l’uomo ha perduto e della quale ha esperienza solo in maniera “mediata”, mediante il tatto, l’udito, la vista …

E’ così sin da quando l’umanità si è separata dall’animalità, da quando esiste l’arte – cioè ciò che è umano – da quando un essere si è eretto sulle zampe posteriori. L’umanità si è separata dal sensibile per vivere nel visibile, per ritrovare proprio a partire dal visibile

non il sensibile, bensì l’esperienza e della sua assenza e della sua esistenza. Questo è la pittura: l’esperienza metafisica dei limiti del visibile, la prova dell’astrazione.

Questo e vero per ogni arte, per ogni società umana, per ogni cultura che sia cultura della vita in sé stessa e non esclusivamente erudizione più o meno vasta.

Così Carlo Berté all’inizio del suo percorso artistico, a Piacenza, al tempo in cui lavorava quasi in osmosi con Foppiani, s’impegnava nello studio delle tecniche dell’affresco e delle opere di Crivelli, s’impegnava cioè nella paziente comprensione di un mondo di

intelligenza o, per dirla altrimenti, nello svelamento di un mondo, squisitamente pre-rinascimentale.

L’opera di Berté è stata sempre caratterizzata dal trattamento sensibile, carnale, sensuale della materia e se, nel corso degli anni, ha sovrapposto a quella sensualità della materia il visibile, l’immagine, temi organici, volti di donna o perfino situazioni psicologico-erotiche, cionondimeno l’essenziale del suo percorso artistico non sono i suoi temi, i suoi titoli, bensì la sua materia.

Patrick Waldberg aveva intuito ciò prima di noi e prima probabilmente, perché tacerlo, dello stesso Berté. Patrick Waldberg, così poco suscettibile di compiacenze verso l’astrazione in pittura, aveva percepito il carattere astratto, e cioè pitturale e sensuale, della pittura di Berté. Ed è stato infatti Patrick Waldberg il primo a focalizzare la nostra attenzione su ciò che è essenziale in quest’opera che, senza darlo a vedere, forse senza nemmeno avvedersene, comprende in sé la lezione del Rinascimento, certamente, ma anche e soprattutto, ma anche e prima di tutto, la lezione di Marx Ernst e di Mondrian. Si: di Mondrian.

Era necessario un occhio maggiormente esercitato del nostro per percepire, quindici anni fa, che le donne velate – svelate di Berté, che i loro volti allo stesso tempo mascherati e denudati, non erano in realtà che pretesti per una pittura che dipingeva solamente e sempre sé stessa.

Berté ha sempre posto il visibile al servizio di una più ampia possibilità: il sensibile. Berté è stato sempre e sarà sempre un pittore vero, un inclassificabile che procede verso l’essenziale o, ancora meglio, verso l’assenza, origine di ciò che é essenziale.

Oggi tutto ciò risulta evidente.

Sono solo tre i temi di questa esposizione: donne nella loro dimensione mitica, quella che non si raggiunge mai, quella che sfugge a priori; nature cosiddette morte ma che fanno vivere in sé il sogno, i ritmi astratti, le costruzioni geometriche, le emozioni primarie, le angosce dell’informale; paesaggi i quali, a dispetto della loro indiscutibile naturalità, si depositano, si sovrappongono a della pittura de facto, a della pittura in grado di cooptare tanto Otranto che Siena, che il mare del Nord.

Berté ha raggiunto la “li-berté” ch’era in lui: è capace di ogni cosa, lavorare il verde includendovi le chiare gioie del giallo e le melanconiche profondità del blu; può, sull’esempio di Clerici o di un altro, che importanza può avere?, captare la natura metafisica di una molletta per 1 panni; può servirsi del tratto, immaginando una corda da bucato, per strappare una pianta alla sua natura ordinaria e per restituirla al mistero del suo apparire; può – e l’essenziale è proprio questo – partendo dal visibile, metterci a confronto con l’infinità del sensibile, con i suoi splendori silenziosi, con la sua pacata energia.

La Valle delle memorie è un luogo nei pressi di Otranto dove gli abitanti si recano malvolentieri (maledizioni, folletti e spiriti, un tempio di Mitra, fantasmi …), ma è soprattutto un’opera che racchiude in sé tutta la pittura del mondo, un’opera che vibra ovunque (all over, dicono in America), un’opera che riconduce il pensiero verso ciò che in essa é assente, verso la sua origine; un’opera che rende omaggio all’astrazione ma che, nello stesso tempo, è un elogio alla terra, a ciò che sostiene il mondo e dà corpo a ciò che di meglio, a ciò che di più puro è in noi: i nostri sogni!

Conoscere Berté, immaginare di comprenderlo, essere sicuri, in ogni caso, di amare il suo percorso atemporale, e senza volerlo intempestivo, è un privilegio, un grande privilegio. Impermeabile a ciò che “va”, e che passa, opera nel primitivo, nel primordiale,

in ciò che fa sì che noi, gli uomini, gli abitanti dello iato sensibile- visibile, possiamo modificare quest’ultimo e, a partire da ciò, condurre il sensibile verso orizzonti non ancora raggiunti.

È questo essere liberi? Essere barocchi, essere cioè capaci dipiegare e ripiegare diversamente la differenza che è la nostra essenza, che produce le nostre identità modificabili? Essere ancora lontani dal sensibile ma, grazie a Berté, in grado comunque di procedere verso di esso, verso ciò che fa sì che noi si sia ciò che siamo e che vive in noi stessi, più profondamente che noi stessi, e che ci sopravviverà come sopravvive il bello, soprattutto se il cielo è vuoto, se il grigio striato di nero fa cantare il rosso e se la terra danza, qual novella Salomé, per dire, meglio detto per mostrare, non soltanto le tristi menzogne del cristianesimo (sarebbe troppo negativo), ma soprattutto le gioiose verità del pensiero: forte abbastanza per rinviare al domani il momento di sapere.

Marcel Paquet

Milano, il 29 dicembre 1989