1981
Nell’arte che ci propone Carlo Berté, il pensiero si contempla nello specchio delle forme sensibili cui è legato in modo naturale.
Nasce così un’espressione che poggia sul simbolo, cioè un segno che comprende, assieme alla propria esteriorità il contenuto della rappresentazione che fa apparire.
Cosi emerge anche il mondo misterioso in cui il reale si anima di una vita profonda, di meditazione, in cui gli esseri e le cose perdono parte del loro aspetto visibile per acquistare un significato spirituale che ci trascina verso la simpatia.
Se questa ricerca fosse pura, ci riporterebbe alle epoche più remote, nelle caverne di Proserpina o nei giardini di Adone animati di respiri e di echi. Ma il nostro amico Berté è troppo legato alla propria epoca per contentarsi di pulsioni primitive, è troppo investigatore e riflessivo per non scegliere di esplorare le vie che portano, tramite l’immersione nella notte dei possibili, dall’immediatezza affettiva alla mediazione ragionata. Tra la libertà classica, che è guida volontaria del destino, e il libero abbandono alle potenze interiori dominate dal destino cieco, l’oscillazione è permanente nella sua opera, proprio come nei racconti dello scrittore Italo Calvino in cui ad ogni istante l’urto tra il desiderio e la ragione, la coscienza e il sogno, fa nascere la scintilla. Questo nome non è citato a caso, poiché Berté ci ha confidato le sue affinità con l’autore delle città invisibili. Il richiamo sembra tanto più lecito che negli apologhi di Calvino la trama dimostrativa, il tessuto del racconto sono marcati da una costante discontinuità i cui spazi vengono colmati dal vento dell’immaginario. Mentre nella pittura di Berté la calma determinazione stilistica si trova, nello stesso modo, alterata dagli influssi sorti dal profondo. Notiamo inoltre che, tra gli scrittori che hanno orientato in modo più decisivo il suo pensiero, Berté cita per primo Jonathan Swift di cui Calvino è forse oggi il solo erede legittimo.
Ovviamente, altrui influssi hanno marcato il nostro giovane pittore, il quale ama citare in particolare la Chartreuse de Parme di Stendhal. Quando Berté ci ha comunicato questa sua predilezione, ci è tornato in mente il commovente episodio in cui, dalla cella dove è prigioniero, Fabrizio del Dongo, tramite segnali, comunica a distanza con Clelia Conti, la figlia del suo carceriere, scambio dal quale scaturirà un amore folgorante.
i personaggi le cui sagome affiorano nella pittura di Berté, profili colti di sorpresa, paesaggio di continuo assediato dai tramonti, tutti questi esseri fissati in posizioni ieratiche sembrano comunicare tra loro, cosi come comunicavano Fabrizio e Clelia, mediante una qualche telegrafia aerea il cui alfabeto fosse tessuto di sussurri e sospiri.
Le idee madri e i preconcetti formali, nella pittura di Carlo Berté, si chiamano a vicenda tramite uno schermo di una medusa, obliquamente rischiarato dai raggi
verderame di un presagio lunare.
Con mano armata di una sicurezza antica, disfa le fasce della mummia-infanzia e con delizia e timore s’immerge nel latte della notte.