1974

L’elefante è un simbolo antico. Presso molti popoli simboleggia la pazienza e la lunga memo-ria. Il rosso è un colore altamente simbolico anch’esso. Secondo alcuni studiosi indica l’amore e la creazione. L’Elefante Rosso è l’insegna sotto la quale una confraternita d’artisti opera da anni.

I pittori che la compongono, noti anche come « i tre di Piacenza » hanno dato vita ad un sodalizio che rammenta atmosfere d’antiche botteghe d’arte:

un episodio del tutto anomalo nel diffuso isolazionismo ed egocentrismo degli artisti contemporanei. Non che sia possibile vedere un qualsiasi segno di dipendenza d’ordine stilistico o formale nel. le loro opere, ma da anni essi seguono gli stessi percorsi, espongono nelle stesse gallerie, partecipano alle stesse collettive e prendono le decisioni di un certo rilievo per la loro attività di comune accordo. Per il resto ognuno per sé al punto che, spesso, gli apprezzamenti della critica sono discordi e persino contrastanti rispetto all’uno e all’altro benché generalmente uniformi nell’appurare la validità di ciascun artista.

Occorre considerare che la piccola comunità, se così vogliamo definirla visto che anche le rispettive mogli lavorano in perfetto accordo nella reggenza di una pregiata stamperia d’arte che ha la stessa insegna, si è concretizzata per l’apporto di artisti che avevano, molto tempo prima di riunirsi, ampiamente rivelato le rispettive doti creative e che militavano — in tempi non ancora propizi — già nell’ambito dell’arte visionaria e fantastica. Un’identità di vedute, una singolare consanguineità di carattere e d’intenti hanno dunque attratto questi artisti l’un verso l’altro come una invisibile calamita che ora li tiene sotto il vincolo dell’amicizia.

Li uniscono anche principi impegnativi del programma estetico, sia pure nelle singole accezioni e nella diversità dell’applicazione della teoria. Questi sono l’amore per il senso artigiano del mestiere di pittore; il gusto dell’oggetto ben fatto, realizzato; l’apprezzamento per una sostanza pittorica evidentemente raffinata e d’un esecuzione accurata e della perizia.

Si tratta di una caratteristica poetica comune,

estranea

alle contigenze delle mode culturali, indifferente ai dettati dei neoavanguardismi ma solidamente radicata sui tempi eterni e le ragioni primitive dell’emozione suggerita dalle realtà mutevoli della quotidianità. La loro non è dunque una azione avulsa e astorica.

La vicenda risale a circa vent’anni da quando Armodio, allora giovanissimo, decise di voler imparare il mestiere da Gustavo Foppiani. A quel tempo Foppiani aveva già un’ampia visione artistica cosmopolita ma non cercò d’influire sulle scelte del giovane Armodio. Si limitò a inculcargli alcuni principi come quello che l’artista autentico è sempre un isolato ma la sua solitudine non si chiude in se stessa e, anzi, s’apre totalmente alla esperienza formativa. E’ così che Armodio opera dal 1964 al 1969 in America e in Inghilterra seguendo l’esempio della cultura internazionale del suo amico. Foppiani, infatti, non sarà per Armodio un maestro nel senso comunemente inteso nel rapporto tra artisti di diversa generazione ma un affettuoso amico e un solerte consigliere, un collaboratore, anche spesso tra i due le parti s’invertono come avverrà con il nuovo adepto, Carlo Berté, che metterà piede nello studio di Foppiani, circa sette anni dopo, attratto non tanto dall’interesse comune con l’opera dei due che già lo ravvivano ma, soprattutto, dallo stimolo dell’amicizia che l’accoglie allorché abbandona l’Accademia di Brera per stringere sodalizio con loro.

Armodio, Berté e Foppiani sono artisti la cui parabole fiabesche, ironiche, allucinate, qualche volta sarcastiche, lasciano intendere la libera elaborazione di temi che si pongono in comune scambiando serenamente pareri e discutendo nella laboriosa atmosfera dello studio. Tale avventura artistica è ancor più singolare se si pensa che questa comunità non ha un leader né un portavoce.

Ciascuno dei suoi componenti è totalmente autonomo ed autosufficiente. Ma c’è da chiedersi che sorte avrebbe avuto la loro arte se un giorno, destinato a segnare indelebilmente la vita, di ciascuno d’essi, l’elefante ch’era nella loro indole poetica non si fosse tinto di rosso.