1982
IL SOGNO DELL’INTEGRITÀ DI CARLO BERTÉ
In testa a una pagina critica, suggestiva come sempre, dedicata a Carlo Berté, Patrick Waldberg ha citato un verso di Léon-Paul Fargue: ” velieri della notte sono pronti a partire”. È un verso che m’è rimasto nella memoria e che mi riaffiora ogniqualvolta poso gli occhi su di un’opera di questo segreto e misterioso artista. Si tratta di un verso di natura simbolica, dove la notte sta per sogno, mentre i velieri alludono ai pensieri che si sciolgono da noi e vagano disormeggiati in uno spazio inesplorato.
Non c’è dubbio che una simile proposta di lettura corrisponda alla pittura di Berté. I suoi quadri infatti si collocano fuori di un tempo diurno, per animarsi in un tempo poetico, nella dimensione intellettuale di una metafora folta di sensi polivalenti, ricca di stupori contemplativi. Eppure niente di approssimativo in questa pittura. Se è vero che lo spazio in cui le sue immagini respirano è quello dei sogno, è anche vero che il segno di Berté appare sempre preciso, compiuto, mai derivato da una gestualità automatica. in altre parole, voglio dire che il sogno di Berté vive dentro un acutissimo rigore stilistico, dentro ai termini di un linguaggio che attinge inconsuete finezze attraverso i più lucido esercizio dell’intelligenza formale.
Cultura estetica, professionalità, maestria fanno di tale sogno una screziata pietra: ametista, agata, lapislazzuli e zaffiro insieme. Ne fanno insomma un traslato della fantasia alleata con la sottile coscienza di quella che Leonardo chiamava la “manuale operazione”, addirittura “assai più degna” della “contemplazione”, senza di cui la pittura “non può pervenire alla sua perfezione”.
Di ciò, Berté è intimamente persuaso. Ma è proprio di qui che prende significato e valore anche la sua particolare poetica del sonno. Di quale sonno si tratta, infatti? A questo punto la domanda è legittima. In realtà non si tratta di un sogno che separi Berté dai segni dell’esistenza. Non è in questo senso che egli insegue le sue immagini. Al contrario, egli tende a salvare nella sublimazione delle sue immagini quei momenti essenziali dell’uomo che, nella nostra feroce stagione, sono minacciati, messi a repentaglio e in più di un caso violati e distrutti. Il suo sogno è dunque quello dell’integrità, dove amore, incanto, bellezza, fervore, natura e storia possano vivere e convivere, dove i velieri della notte possano finalmente affondare le ancore in acque sicure.
Ecco: è questo il racconto magico che i quadri di Berté fanno a chi li guarda, questo il senso vero delle loro metafore.
Da noi chiedono soltanto uno sguardo non frettoloso: è l’unica condizione che pongono per rivelarci ogni piega dei
loro segreti.
1982
MARIO DE MICHELI
….. C’è in questo giovane pittore piacentino un senso di pragmatismo, di precisa utilizzazione del mito e della tradizione per un discorso di contrappasso e di antitesi, dell’impiego dell’ufficialità care dato retorico e ottuso per suggerire il «rovescio della medaglia».
È una tecnica raffinata di distruzione che non dà scampo perchè al di là dei confini c’è l’umana e schietta patria dell’antieroe e dell’antitabù.
Tutto può diventare un gioco intellettualistico se non illuminato non soltanto dall’intelligenza (la lampadina accesa nel cervello) ma soprattutto da uno scattante senso del fantastico (che è qualcosa di più della semplice fantasia). E proprio questa prospettiva nel fantastico che ridicolizza la retorica e apre gli orizzonti per nuovi discorsi.
Berté ha addosso questa vibrazione.
Come contenuto, come racconto, come sostanza. In quanto a forma e a tecnica è tutto un altro discorso anche se Ber-té dice ad un certo punto, commentando un suo quadro:
«In fondo il quadro è già in questo blu. Il resto potrebbe essere un pretesto». Dovremmo essere al limite dell’enunciazione dell’arte come ricerca materica. Ma non è così. Poi il colore e il suo nascere nel processo dei «trattamenti» diventano componenti di una prospettiva poetica …..
…. Espressionismo tedesco, le bambine «cattivissime», i guerrieri, figure di donne idealizzate contrapposte ai mostri. Si delinea la sua pittura del fantastico chiaramente autonoma e originale, con un tipo di racconto e di «contropiede» ottenuto con un lavorio tecnico elaborato e prezioso e con improvvisi e leggeri inserimenti di motivi «liberty», orientaleggianti, arabi o semplicemente di aggeggi del consumismo moderno (spot, prese elettriche, pistole automatiche) intesi anche come rapidi riferimenti a una attualità e a una cronaca senza più magie né miti.
Si impreziosisce il suo gusto della tecnica del quadro che diventa ricerca assidua e appassionata.
Una preparazione del tappeto magico che poi prenderà il volo con un semplice tocco della fantasia. Il fondo. Gli stucchi. Le velature. I passaggi di colore in un sovrapporsi di intensità. Un lavoro lungo e in profondità.
Vista da vicino questa «lavorazione» suscita già emozione.
C’è già una tensione che fa quadro.
Tutto ciò per Berté è molto. Comunque non è tutto. Poi nascono i racconti, i personaggi-antipersonaggio, una fantasia a scatto libero, fluente, tac! si accende la lampadina di dentro, la «tenutaria» nel salotto rosa-viola che spara al mostriciattolo che la guarda in un angolo, Batman nero come un corvaccio che solca cieli sereni con lo stile dei moderni paracadutisti (i fumetti non sono «distrutti» ma adattati ad attuali tecniche di vita), la statua classica, greca, lontana, con un tassello bianco-rosso-verde …..
1982
ENNIO CONCAROTTI
“Gente Piacentina”